Signes non pour être complet, non pour conjuguer / mais pour être fidèle à son ‘transitoire’ / Signes pour retrouver le don des langues / la sienne au moins, que, sinon soi, qui la parlera ? H.M.
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07 avril 2015

A distance


27 novembre 2012

La face cachée de New York...

"A Breezy Point, à l'extrémité de la péninsule, une centaine de maisons ont été décimées par un incendie. Durant Thanksgiving, certains habitants, déjà sonnés par Sandy, ont été pillés. Au milieu d'une scène de fin du monde, la maison de Regina McNulty n'est plus qu'un champ de ruines. Mais un objet a miraculeusement résisté au feu et à la tempête: une statue de la Vierge Marie. L'endroit est devenu presque sacré et des centaines de pèlerins viennent lui faire des offrandes. Pour croire en un avenir meilleur."
Stéphane Bussard, "La face cachée de New York révélée
par Sandy", Le Temps, 26 novembre 2012.

24 octobre 2012

Popolazione agricola sulle spalle tirreniche

"La popolazione agricola era scesa per l'Italia, tra il 1861 e il 1951, dal 59,6 al 42,6% e per la Lombardia dal 57,7 al 20,1%; e nel 1961, rispettivamente al 29 e all'11,2%. In Sicilia, per contro, la ruralizzazione dell'economia era continuata assai forte dopo il 1861: ancora nel 1951, il numero indice della popolazione agricola rispetto al 1861, fatto eguale a 100, era di 134,8 di fronte ad un valore di 94,9 per l'Italia e di 51,4 per la Lombardia. Perciò, per gran parte delle campagne siciliane gli addetti all'agricoltura sono tuttora molto numerosi rispetto alla popolazione attiva totale, nonostante la loro recente, cospicua contrazione. E dovunque: nelle aree del latifondo interno come nelle plaghe di agricoltura intensiva e moderna dei litorali, specie di quello ionico. Frequenti sono infatti i comuni, la cui popolazione agricola interessa il 70% della popolazione attiva, e talvolta anche più dell'80%: nell'altipiano interno (Castel di Iúdica 79; Lucca Sicula 79; Calamònaci 74; Castrofilippo 76), come sulle spalle più elevate dei Peloritani (sia ioniche: Antillo 76; Casalvecchio Siculo 73; Castelmola 72; Mongiuffi Melìa 74; Motta Camastra 79; Roccafiorita 80, che tirreniche: Fondachelli Fantina 78; Mazzarrà Sant'Andrea 80; Rodì Milici 75)..."

Aldo Pecora, Sicilia, Torino: UTET, 1968, p. 219-220.

24 septembre 2012

Baglio, bahal, baile


"La voce dialettale bàgghiu (secondo altre inflessioni locali, baggh, bàgliu, bàddiu), d’uso corrente in Sicilia e nella Calabria meridionale per definire il cortile della masseria – e per traslato la masseria stessa – ha dato adito a diverse ipotesi etimologiche. C’è chi la vuole derivata da bajulo, ‘perché per lo più ne’ cortili vi sono i magazzini’ (M. Pasqualino, Vocabolario siciliano etimologico, italiano e latino, Palermo 1785-95, cit. in A. Traina, Nuovo vocabolario siciliano-italiano, Palermo, ed. Pedone-Lauriel, 1868), chi dal latino vallum (G. B. Marzano, Dizionario etimologico del dialetto calabrese, Laureana di Borrello, ed. ‘Il Progresso’, 1928), oppure, ancora, da una presunta matrice araba bahah, pure significante ‘cortile’ (come riporta G. Valussi: ‘Sembra che derivi dall’arabo bahal: cortile’). Non mi consta però che quest’ultima ipotesi sia stata mai presa in considerazione dai moderni etimologisti che si occupano di arabismi siciliani: cfr. G. P. Pellegrini, Terminologia geografica araba in Sicilia, ‘Annali Ist. Orient. di Napoli’, Sez. Linguistica, III, 1961, pp. 109-201; e dello stesso A., il Contributo allo studio dell’elemento arabo nei dialetti siciliani, Univ. degli Studi di Trieste, Ist. di Filologia romanza, n. 2, Trieste, 1962.
D’altra parte, nel dominio delle lingue romanze, il termine bàglio ha – come avvertono il Dei e il nuovo Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia – un preciso riscontro morfologico e semantico nel francese antico bail o baile (e forme laterali, bayle, balie, baille…) che pure designava uno spiazzo recintato e, più particolarmente, il cortile interno (e l’atrio anteriore) del castello (cfr. F. Godefroy, Dictionnaire de l’ancienne langue française et de tous ses dialectes di IXe au XVe siècle, Parigi, 1880 – repr. by Scientific Periodicals Establishment, Vaduz, e Kraus Reprint Corporation, New York, 1961, alla v. ‘baile’, p. 553 del tomo I)."

Benito Spano, "La masseria meridionale", in Giuseppe Barbieri, Lucio Gambi (a c. di), La Casa rurale in Italia, Firenze: Leo S. Olschki editore, 1970, p. 276-277, n. 11.

04 juillet 2012

Sbarchi e direttrici dell'avanzata alleata


"La campagna d'Italia, luglio 1943-gennaio 1945" (détail).
In Mario Isnenghi (dir.), Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, memorie dal Risorgimento ai nostri giorni, volume IV, tomo 2: Mario Isnenghi, Giulia Albanese (a c. di), Il Ventennio fascista: la Seconda guerra mondiale, Torino: UTET, 2008, p. 14.

12 juin 2012

Scusami compagno Gino

"L'attaccamento alla famiglia è stato probabilmente l'elemento più costante e meno evanescente nella coscienza popolare italiana. […]
Come introduzione a questo argomento, vorrei citare brevemente una straordinaria storia di vita raccontata a Palermo nel 1949 a Danilo Dolci. Gino O., nato orfano e divenuto borsaiolo, trascorse la sua adolescenza in diversi riformatori e si iscrisse al Partito comunista nel 1943, divenendo presto un dirigente della federazione comunista palermitana. Egli raccontò a Dolci due fatti del 1949 che sintetizzano la natura complessa e variabile dei rappori tra famiglia e società. Il primo accadde al congresso nazionale della Federbraccianti, tenutosi a Mantova, nel corso del quale si commosse fino alle lacrime ascoltando una delegata della provincia di Lecce che, scusandosi di non saper parlare italiano, disse: “Fino a quando non ci dànno la terra, fino a quando i picciniddi mie tengono li piedi scalzi, io non mi stancherò mai di lottare assieme alla mia compagna e non m'importano le bastonate della polizia.” (1) In questo caso, come appare chiaro, le privazioni familiari costituivano un movente importante per venire coinvolti nell'azione collettiva.
Lo stesso anno Gino O. si recò a Marineo, durante una delle numerose occupazioni di terre sui latifondi siciliani:

In quell'occasione ho ricevuto una lezione dura dal punto di vista pratico: perché mentre io con la lettura dei kolkos in Russia, invitavo i contadini alla coltivazione collettiva, essi procedevano invece allo spezzetamento e alla lavorazione individuale. Si preoccupavano di delimitare la loro porzione, con una cinta, delle pietre, le redini del mulo, come quando sul treno si precipita la gente all'occupazione dei posti, buttando cappelli, borse, giornali. A me la cosa sembrava strana e chiamai un contadino, dicendo che la cosa non era giusta; e questo mi rispose: "Scusami compagno Gino: se io lavoro il terreno col mulo, e quello lo lavora solo, all'ora del prodotto io n'ho a pigliare più assai."
Anche qui la lezione sembra evidente: il radicato individualismo della cultura contadina meridionale era più forte di qualsiasi astratto appello alle famiglie per unire le loro risorse.
Individualismo e solidarietà, famiglia e collettività: ho cercato di mettere in rilievo la natura mutevole di questi rapporti nei quarantacinque anni di storia successivi alla caduta di Mussolini."

(1) D. Dolci, Inchiesta a Palermo, Torino 1956, p. 166.

Paul Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, Torino: Einaudi, 2006 [1989], p. X-XII.

04 avril 2012

Transazione 1879

"Onorand.mo e preg.mo Sig. Principe,

Intitolando a V.S.I. questo libro, io intendo, e attestarle il mio affetto devoto d'amico, e dimostrarle quanto in V.S. pregi i sensi di umanità e beneficenza verso le classi dei lavoratori, in ispecie dei campi...

Del contadino siciliano molti si sono occupati in questi ultimi anni, massime dal lato economico e sociale; ma generalmente, sconoscendone i sentimenti precisi, le tradizioni, le abitudini, la vita insomma che realmente vive...

Ella troverà, egregio Signor Principe, che, oggi come oggi, la fisonomia morale del contadino s'è alquanto modificata, insieme a' suoi tradizionali costumi, ma non per questo ho io voluto modificare un minimo che nel libro mio, composto diciott'anni fa. Ho la coscienza di avere segnato un momento storico, con l'esattezza scrupolosa che per me si poteva; e la storia non si cancella, si giova anzi dell'ieri per spiegarsi l'oggi e apprezzarlo equamente. Io, a buon conto, fin d'allora notavo che iniziavasi un periodo di transazione [sic], che mi lusingavo potesser ridondar tutto in bene della classe contadinesca, che tanto stimo. Ma, pur troppo, le crisi agricole hanno contribuito anch'esse a precipitarla giù... e ne la fame! E la fame è un gran male, suasore di mali più grandi!...

Palermo, lì 14 marzo 1897

dev.mo obbl.mo amico
Salvatore Salomone-Marino"

(Costumi ed usanze dei contadini in Sicilia,
Brancato Editore, 2003, p. 5-6.)

11 septembre 2011

Paris carnet de la patience 37

Je vais bientôt rentrer.

Cet après-midi, Stéphane Lambert m’a écrit un courriel. Il a lu mon nom et ma spécialité sur la liste des résidents du Centre. Il y réside également. Il a voulu me rencontrer. Nous sommes allés manger une pizza au-delà du canal, au Pink Flamingo.

(S’il avait lu ma fiche Wikipédia, dont j’ai découvert l’existence, il y a deux semaines, en "googlant" mon propre nom, ce que je fais régulièrement – "Filippo Zanghì, né le 20 janvier 1974 à Lausanne, est un écrivain vaudois" – m’aurait-il contacté? D’autant plus volontiers, peut-être. À propos d’"écrivain vaudois"... Ne devrais-je pas m’octroyer la licence d’intituler mon carnet Paris, notes d’un Vaudois 2? Sur le bandeau publicitaire: The "écrivain vaudois" is back… Succès garanti... Enfin, bref.)

Stéphane Lambert est grand. Il a des yeux clairs, intimidants.
Il connaît tout du milieu culturel belge. (Au moment de nous quitter, il me dira: "Je crois à un esprit belge.") Mais il connaît aussi pas mal de choses sur le microcosme parisien. Il me dit qu’Untel a été l’amant d’Unetelle et qu’il est obsédé par le Goncourt. Il me dit aussi que Jacques Réda lui a écrit. Qu’il a lu et beaucoup apprécié l’un de ses manuscrits.
À la fin, on en arrive au paysage urbain. C’est ce qui a poussé Stéphane Lambert à m’écrire. Il me dit qu’il vise une trilogie Prague-Paris-Los Angeles. Ces villes symboliseraient respectivement le passé, le présent et l’avenir. J’ai envie de plaisanter en lui disant que l’avenir est à Shanghai, mais je m’abstiens. Il me dit aussi qu’il ne veut pas lire trop de livres sur les sujets qui l’intéressent. Surtout, pas de littérature. Plutôt des sciences humaines. Je comprends. J’ai les mêmes réticences à propos de la Sicile. Mais de cela non plus, je ne dis rien.

De retour dans ma cellule, je lis des extraits de ce qu’il écrit sur son site.
Je le vois chercher la tombe de Joseph Roth, dans les allées du cimetière de Thiais, dont Wikipédia m’apprend qu’il est un des cimetières parisiens extra-muros.
Plus bas, Joseph Roth est vivant, je le vois et je vois "l'ivresse et l'écriture emmêlées, pauvre moyen de faire".

Il y a une heure, Stéphane Lambert et moi sommes devenus "amis" sur Facebook.
Le Bruxellois et le Lausannois sont amis. Après tout, je crois que c’est une bonne manière de conclure mon séjour à Paris.

22 juin 2011

Paris carnet de la patience 28

Il est tard, bientôt minuit. Dans la ville, c’est déjà la Fête de la Musique.
J’irai demain. Ce soir, je reste dans ma cellule – je l’appelle comme ça, vu que j’habite un ancien monastère.
Peut-être, de l’appeler cellule, elle m’incite à plus encore de quant-à-soi, à plus de solitude.
L’autre nuit, après la série des films italiens à l’Accatone de la rue Cujas, j’en ai visionné quelques autres sur YouTube, en petits morceaux de 9 minutes 59 chacun.
Comme la cellule donne sur un jardin, pas de grande rumeur de ville, comme celle qui s’élève de sous les fenêtres de Jerome Charyn – je n’ai jamais été à sa fenêtre, mais je me souviens d’une émission "New York" de Thalassa, sur France 3, qu’avait enregistrée mon cousin.
Décidément, Paris ne fait pas grande métropole.
J’ai téléchargé le dernier Sonic Youth. Je me souviens des nuits siciliennes, humides et moi seul encore, regardant les photos du grand-père, casque sur les oreilles, "Stones" en mode repeat et cheminée dans le dos crépitante.

20 mai 2011

Paris carnet de la patience 25

Hier soir, j’ai vu D. à "son" bar, La Pistache. On a bu de la bière. Des panachés. Des "Picon bière". E. s’est assise à notre table. Fraîche. Pommettes carmin. Elle rentrait du travail. D’abord en tailleur, elle est allée se changer. Elle est revenue en jeans, mais avait conservé son décolleté.
Elle se présente. Elle est assistante de direction dans une agence immobilière qui est spécialisée dans les objets de standing. Elle nous apprend qu’une partie du 9e est devenue très demandée aujourd’hui. Entre autres, elle a vu l’appartement de Kenzo, après qu’il a été vidé et son mobilier vendu aux enchères. Elle fait de la photo pour "se compléter".
Comme on se présente plutôt comme des artistes, elle veut savoir ce que j’écris, tout en m’avouant ne lire que très rarement, pour sa part. Je dis: "Un roman familial." Comme j’enchaîne sur la Sicile, elle me parle du Berry, me demande si je connais. Je dis: "Non." Elle me rappelle que c’est un ancien Pays. La culture s’y veut encore spécifique. Donc, voilà: elle est berrichonne. (Ce qui sonne juste: elle est bien en chair.)
Plus tard, elle me dit qu’elle aime parler aux gens pour "se découvrir". Il faut parler, s’expliquer, alors on se rejoint. Je lui dis que, d’après moi, on ne peut jamais se rejoindre. En vérité, je n’en sais rien – je prends la pose. (Je pense à Pirandello, à la cassure entre ce qu’on croit savoir de soi-même et ce que les autres croient savoir de vous. Évidemment, je ne dis rien de Pirandello. Je suis assez clerc comme ça.)
Elle a une poitrine avantageuse. Elle le sait. Elle sait que les hommes aimeraient lui toucher les seins. Quand elle va se repoudrer le nez (en fait, elle a dit "je vais pisser"), D. se lâche et clame: "Hmm… J’ai envie de lui sucer les seins!" Plus tard encore, sur proposition de D., elle ira jusqu'à se les peloter lascivement.
Mais D. reçoit un appel sur son portable. Il répond, se lève et s’éloigne.
Moi, je suis resté un peu béant.
E. m'a dit: "Salut!" Et puis, elle est partie.

03 juillet 2010

Paris carnet de la patience 12

Nouvelle visite de l'avenue de Messine, mais en Street View sur Google Maps:

L’avenue de Messine, à ses deux extrémités, est dissymétrique dans son bâti, du fait qu’elle se situe entre deux places où viennent converger plus de quatre rues ou boulevards ou avenues. Place de Rio de Janeiro, six segments se rejoignent; place du Pérou, cinq. Si l’on se place dos au portail qui donne accès au parc Monceau et que l'on regarde l’avenue de haut en bas, l’enfilade gauche des immeubles commence et se termine plus bas que celle de droite. Si l’on s’amuse à dénombrer les enseignes, commerces et autres habitations en progressant alternativement de haut en bas et de bas en haut, alors on doit commencer par dire qu’aux deux extrémités de l’avenue de Messine se trouvent le café Le Valois et la Banque Privée Européenne (BPE). Les deux places entre lesquelles s'étend l'avenue sont des places modestes: la première est un carrefour; la seconde n’a de place que le nom, à moins de considérer comme une pré-place, ou proto-place, les quatre ou cinq arbres formant triangle entre le côté droit de l’avenue (toujours en descendant) et le boulevard Haussmann. Si l’on prête attention au mobilier urbain, on ajoutera qu’à l’extrémité du bas, et juste devant la BPE, sont alignés les deux-roues d’une station Vélib. Bref, extrémités mises à part, et vue de haut, l’avenue est symétrique en ce qu’elle est formée de deux portions de longueur à peu près égale, séparées ou aboutées place de Narvik. Il faut noter encore que l’alignement des immeubles ne donne pas à l’avenue un caractère perspectif très marqué, du fait de la présence, sur toute sa longueur et se faisant face sur les deux trottoirs, de platanes [?] très hauts et très feuillus en cette saison. Enfin, l’avenue dispose d’un appendice homonyme, la rue de Messine, qui est une transversale formée de deux segments en L qui débouche rue du Docteur Lancereaux.
Tout le quartier est, au moins toponymiquement, très cosmopolite. De la place de Narvik, j’ai apprécié la rue de Téhéran, plus menue, plus proportionnée, plus noble à tout prendre que l’avenue de Messine.

L’avenue ne figure pas dans l’index du Routard (édition 2004). En revanche, sur Wikipédia, on trouve une page qui comporte une rubrique "Bâtiments remarquables et lieux de mémoire", où l’on apprend que la cinémathèque siégea de 1948 à 1955 avenue de Messine; les réalisateurs principaux de la Nouvelle vague y auraient fait connaissance. La source de ces informations est le livre d’André Becq de Fouquières, Mon Paris et mes Parisiens. II. Le quartier Monceau, Paris, Pierre Horay, 1954, dont la page 218 contient les lignes suivantes: "[L'avenue de Messine] était naguère patricienne, voire même un peu austère, avec ses hôtels sans sourire et ses grands immeubles solennels, guindés, et qui paraissaient tellement soucieux de respectabilité."
Dans À Rebours de Huysmans (ou peut-être dans un autre texte), on lit: "Le boulevard Saint-Germain, l’avenue de Messine s’imposent comme le type du Paris moderne; nous ne verrons bientôt plus que des rues rectilignes, coupées au cordeau, bordées de maisons glaciales [...], d’édifices plats et mornes dont l’aspect dégage un ennui atroce." Aujourd’hui, je suis certain que ces immeubles sont intouchables. Ils font partie du patrimoine. Ils ont délégué leur ennui - sans parler (aux yeux de beaucoup) de leur atrocité - aux tours et aux barres de la périphérie.

20 juin 2010

Paris carnet de la patience 11

Métro. Ternes. Faubourg Saint-Honoré. Daru. Courcelles. Lisbonne. Messine. Lancereaux. Narvik. Messine. Miromesnil. Métro.
Avenue de Messine. Pentue. À une extrémité, le portail aux dorures qui mène au Parc Monceau (c'est là que j’avais laissé traîner la pochette qui contenait tout notre pécule, à mon frère et à moi, quand nous étions venus à Paris ensemble, pour la première fois, il y a dix ans peut-être – ce qui avait provoqué notre retour anticipé). À l’autre extrémité, une banque, dont la vitrine est ainsi libellée: "Vous avez droit à une vraie banque". Constructions massives, art nouveau pour la plupart, il me semble. Façades opulentes. Ambassade de Colombie (à vérifier). Notant qu’une transversale se nomme rue de Messine, je l’emprunte. Je cherche à déchiffrer le nom d'un architecte et la date du premier ou du second immeuble, quand j’entends renifler: je tourne les yeux et j’ai à peine le temps de croiser une jeune femme en sanglots qui, d'une main, pousse un vélo et, de l'autre, s’abrite le visage. Plus loin, là où la rue fait un coude, deux hommes regardent dans sa direction (donc dans la mienne). En approchant, je comprends que l’un d’eux, pour le moins, est le gardien de l’immeuble devant lequel il se tient et d’où sort une autre jeune femme qui salue le gardien du ton de l’habitude et du quotidien, au moment où je les croise. Retour avenue de Messine, que je continue à descendre, côté gauche. Un enfant remonte le trottoir à vélo. Visage qui pourrait très bien être sicilien: pâle, yeux noirs, sourcils assez touffus. Plus bas, son père le hèle. Il fait demi-tour. Arrivé à leur hauteur, je note qu’ils se parlent dans une langue étrangère, que je n’arrive pas à déterminer. Mais, comme je remarque, au même instant, de l’autre côté de l’avenue, une boutique portant le nom de Bougalski (ou quelque chose dans cet ordre), je songe aussitôt que ce doit être du russe et que ce père et son fils ont un appartement dans le quartier, en attique, dans lequel ils ont investi une infime partie de leur immense fortune.

21 mars 2008

16 février 2008

Isolitude

Dans son Musée des ombres - qui, je crois, n'a pas été traduit -, Bufalino décrit les lieux, les métiers, les visages et les langages d'un temps et d'une culture défunts. Ce n'est pas le Far-West, c'est le Far-Sud, dit la quatrième de couverture. Il commente ici les deux proverbes suivants: ‘L'omu solitariu o è armali o è Diu.’ (L'homme solitaire est un animal ou il est Dieu.) ‘Sulità sanità.’ (Solitude sainteté.)

"Île et solitude font isolitude. Souvent, il m'a plu de recourir à ce mot inexistant pour traduire le sentiment d'être sicilien. Seuls dans l'incendie de juillet, lorsque l'on n'oit qu'une cigale s'épancher dans la torpeur immobile de la plaine; et le garde à cheval, fusil en bandoulière, qui surgit de l'horizon, ne semble pas tant provenir des stéréotypes d'un film ou d'un livre que précéder, porte-enseigne, une horde de fantômes corpulents... Seuls sur une terre qui, tourne et retourne, dans quelque direction que l'on aille, cesse contre une barrière de mer; une terre aux boyaux de lave, qui tressaute sur les eaux comme une barque à tous vents, disposée comme aucune autre aux naufrages, aux catastrophes... Seuls, enfin, dans un lit: ne rêvant à personne; rêvés par personne... Il en ira pour la solitude d'un double destin. Elle sera tantôt subie comme un stigmate, tantôt vantée comme un blason: selon que le proscrit obéit à une urgence de socialité et de compagnie; ou, au contraire, dans un sursaut d'orgueil, qu'il revêt entre les quatre murs de sa tanière la couronne du saint et du Père éternel."

Gesualdo Bufalino, Museo d'ombre,
Bompiani, 1993 (nuova edizione accresciuta).

07 décembre 2007

Antonioni

J’ai vu récemment plusieurs films d’Antonioni. Ce qui m’a frappé, c’est la récurrence de paysages entre deux eaux.

Un canal, un pont, des gens qui travaillent et puis personne.
La tribune vide d’un hippodrome ou d’un vélodrome, un chemin de halage, rendez-vous d’anciens amants.

Un village, une usine.
Une villa cossue, une jeune femme en sort, au loin des barres.
Un château, des chevaux, des immeubles au travers de la forêt.

En Sicile, un village fantôme, des courbes modernes. Rusticité, géométrie.

Ça me frappe, parce que j’étudie cela. Prestige intellectuel de l’ambivalence.

Ça n’a rien à voir: une interview du maître, il dit «vous n’imaginez pas comme elle est médiévale», il entend la société, là-bas, les attardés, cent hommes reluquant une actrice.
Dans L’Avventura, je reconnais la gare. J’imagine: le maître tourne la scène. Au même instant, à cinq cents mètres à vol d’oiseau, les paysans.
Parce que les attardés, ça se passe dans une ville. Alors, les paysans, on n’imagine même pas…

À l’origine de mon projet, tout ce qui sépare les représentants de trois générations. Et là, déjà, entre Antonioni et les grands-parents, trois, quatre ans de différence – mais des années-lumière.

26 novembre 2007

Una coppia in campagna

Lui è molto anziano.
Si alza presto tutte le mattine. Se ne va in campagna. Non dovrebbe andarci.
L'altro è suo figlio. Vivono insieme. Lavorano insieme. Da sempre.
Uno grida. L'altro non ascolta.
Quella mattina, me ne stavo in disparte. Li guardavo.
Non vedevo quello che vedo adesso.
L'aria di lui: fare, annodare, concentrarsi sui nodi.
L'altro: spento, triste, sognatore.
E poi un sorriso. Gli viene in mente qualcosa. Una cosa che non saprà mai nessuno, ma che lui sa benissimo.

Sono una coppia in campagna. È quasi primavera.

Lui est un vieillard.
Il se lève tôt. Il va dans la campagne. Il ne devrait pas y aller.
L'autre est son fils. Ils vivent ensemble. Travaillent ensemble. Depuis toujours.
L'un crie. L'autre n'écoute pas.
Ce matin-là, je me tenais à l'écart. Je les regardais.
Je ne voyais pas ce que je vois maintenant.
Son air à lui: agir, faire des noeuds, se concentrer sur les noeuds.
L'autre: éteint, triste, rêveur.
Puis, un sourire. Quelque chose lui vient, que personne ne saura jamais, mais que lui sait très bien.

C'est un couple dans la campagne. On est presque au printemps.
















12 novembre 2007

En dehors du halo des ampoules

Extrait n°4

La nuit tombe.
Bientôt seul dans le cimetière de Rocca Rossa, Carmelo se dit:
"Je suis sûr qu'ils vont m'oublier."



Voix : Georges Brasey
Image : Sandro Santoro
Assistant image : Fulippu

22 octobre 2007

Tu dors ?

Extrait n°2

Avant la guerre, le grand-père était livreur.
Il livrait les petites villes de la côte et les villages reculés.
Sur les chemins, on faisait des rencontres.



Voix : Georges Brasey
Image : Sandro Santoro
Assistant image : Fulippu

17 septembre 2007

Pétards la joie

«Bisogna proprio dire, osservai, parlando con Alessandro, che le vostre feste sono essenzialmente… rumore!
– Voscenza sappia, mi rispose, che la gioia si esprime coi suoni. I rumori di oggi sono niente paragonati a quelli che rallegravano le feste di quand’ero bambino. In piazza e nelle principali vie del paese si stendevano file di mortaretti grandi e piccoli, collegati da una miccia; appena si dava fuoco a questa, i botti si susseguivano con grande rapidità, e l’intero paese era scosso dal fragore, anche per un’ora di seguito. San Giuseppe, aggiunse, è di legno e non è proprio sicuro che possa udire i nostri urli e la banda e il panegirico del prete, ma i mortaretti… quelli, è sicurissimo che li sente.»
Louise Hamilton Caico, Sicilian ways and days, 1910
(trad. Renata Pucci Zanca)

Que l’Italie ait remporté le Mondial, j’en tressaille encore (j’en avais remporté un autre, à ma manière, deux jours auparavant). Ma joie n’a éclaté qu’avec un temps de retard, parce que je croyais que le penalty de Fabio Grosso n’était pas décisif, qu’un Français devait encore tirer après.
L’explosion m’a corrigé.
Nous sommes montés à Saint-François. Il y avait des pétards. On était là. Pétards. On chantait. Pétards. On sautait. Pétards. Pléthore de pétards. Finalement, les pétards, ça nous a ennuyés. Des pétards, d’accord. Que des pétards, non. Alors, nous sommes partis.

Je sais qu’en Italie, la pyrotechnie grève le budget du moindre patelin. Fête du Saint Patron: boucan d’enfer. Au point que, lors de mon premier Premier Août, j’ai cru que les feux, c’était une blague. Comment? Déjà fini? Vous avez entendu quelque chose?
Le soir de la finale du Mondial, j’aurais bien aimé que ça ressemble au Premier Août : pas trop long, pas trop fort. Ils m’ont gâché Saint-François, ces p’tits cons.
Evidemment, dire cela me classe illico dans les vieux. Vous savez, ceux qui disent: 1982, c’était mieux. Pas de tirs au but. Pas de coup de boule. Et pas – ou moins – de pétards.

Comment sauver 2006? Eh bien, en faisant remarquer que les pétards, la pléthore de pétards, ne sont pas une vogue passagère, mais une discipline consacrée. Plus on remonte le temps, plus les villages pétaradent. En Sicile, une mèche interminable était tendue dans les ruelles, une guirlande de pétards. L’explosion était ininterrompue. Ça pouvait durer une heure. On cassait la vaisselle. Les vitres volaient en éclats. La joie s’exprime avec les sons, disait Alessandro à Mme Hamilton.
À Saint-François, cette nuit-là, les pétards, c’était peut-être la résurgence de cette joie. Même le saint l’a entendue, peut-être.

Je me dis ça maintenant. Ça ne me rajeunit pas pour autant.