Signes non pour être complet, non pour conjuguer / mais pour être fidèle à son ‘transitoire’ / Signes pour retrouver le don des langues / la sienne au moins, que, sinon soi, qui la parlera ? H.M.
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14 juillet 2016

Noblesse enfance

Invitation en petit comité chez un diplomate italien d’une extrême gentillesse. Nous fûmes reçus dans une chambre de rêve. Non pas au sens figuré – belle comme dans un rêve – mais bien littéral, telle qu’elle m’apparaît sans cesse en rêve, comme l’image enfantine de la nostalgie, sans que toutefois je désire la retrouver à mon réveil: spacieuse, entièrement tendue de soie rouge, dans une semi-pénombre, unissant ce que l’objectivité a fini par rejeter et ce qui a trouvé refuge dans l’inconscient, une noblesse qu’on fantasme dans l’enfance et dont le réel, même celui du grand monde, n’est jamais à la hauteur. La conversation faisait parfaitement corps avec la pièce. Il faut vieillir avant de voir l’enfance et les rêves qu’elle a laissés derrière elle s’accomplir – trop tard.
Extrait de Theodor W. Adorno, "Vienne, après Pâques 1967", dans Amorbach et autres fragments autobiographiques, traduit par Marion Maurin et Antonin Wiser, Paris: Allia, 2016, p. 49.

30 mars 2013

Il est parti

Sandro est parti ce matin. Une cérémonie de départ était organisée au Théâtre des Trois P'tits Tours.
Il a fait un petit discours. Et puis, il a pris son grand sac à dos.
Il est parti.
2000 kilomètres à pied. De Morges à Petrizzi. De Morges – en Suisse – à Petrizzi – en Calabre.

Cinq ou six minutes à peine après son départ, nous avons quitté le théâtre.
J’ai pris ma Panda. J’ai roulé un peu. Et je l’ai vu qui marchait.
Il était dans le crachin. Très loin, déjà. Et j’ai pensé: "Mais c’est bien sûr… Il marche dans le temps…"

Je me suis souvenu du poème intitulé "Mars à Meudon", dans lequel Jacques Réda récupère une phrase de Borgès:

Je peux attendre l’autobus sous ce doux aspergès
De mars. Il pleut. Ou il pleuvait. (
La pluie, a dit Borgès,
Est quelque chose qui sans doute a lieu dans le passé.)

C’est ça. Il pleut. Il pleut toujours. Et il pleuvait.
Il est parti, maintenant. Et moi, je rentre. Ou je rentrais.
C’est un peu ça.
Il est parti.
Et moi, dorénavant, je suis là-basje me souviens.

27 novembre 2012

La face cachée de New York...

"A Breezy Point, à l'extrémité de la péninsule, une centaine de maisons ont été décimées par un incendie. Durant Thanksgiving, certains habitants, déjà sonnés par Sandy, ont été pillés. Au milieu d'une scène de fin du monde, la maison de Regina McNulty n'est plus qu'un champ de ruines. Mais un objet a miraculeusement résisté au feu et à la tempête: une statue de la Vierge Marie. L'endroit est devenu presque sacré et des centaines de pèlerins viennent lui faire des offrandes. Pour croire en un avenir meilleur."
Stéphane Bussard, "La face cachée de New York révélée
par Sandy", Le Temps, 26 novembre 2012.

24 octobre 2012

Popolazione agricola sulle spalle tirreniche

"La popolazione agricola era scesa per l'Italia, tra il 1861 e il 1951, dal 59,6 al 42,6% e per la Lombardia dal 57,7 al 20,1%; e nel 1961, rispettivamente al 29 e all'11,2%. In Sicilia, per contro, la ruralizzazione dell'economia era continuata assai forte dopo il 1861: ancora nel 1951, il numero indice della popolazione agricola rispetto al 1861, fatto eguale a 100, era di 134,8 di fronte ad un valore di 94,9 per l'Italia e di 51,4 per la Lombardia. Perciò, per gran parte delle campagne siciliane gli addetti all'agricoltura sono tuttora molto numerosi rispetto alla popolazione attiva totale, nonostante la loro recente, cospicua contrazione. E dovunque: nelle aree del latifondo interno come nelle plaghe di agricoltura intensiva e moderna dei litorali, specie di quello ionico. Frequenti sono infatti i comuni, la cui popolazione agricola interessa il 70% della popolazione attiva, e talvolta anche più dell'80%: nell'altipiano interno (Castel di Iúdica 79; Lucca Sicula 79; Calamònaci 74; Castrofilippo 76), come sulle spalle più elevate dei Peloritani (sia ioniche: Antillo 76; Casalvecchio Siculo 73; Castelmola 72; Mongiuffi Melìa 74; Motta Camastra 79; Roccafiorita 80, che tirreniche: Fondachelli Fantina 78; Mazzarrà Sant'Andrea 80; Rodì Milici 75)..."

Aldo Pecora, Sicilia, Torino: UTET, 1968, p. 219-220.

24 septembre 2012

Baglio, bahal, baile


"La voce dialettale bàgghiu (secondo altre inflessioni locali, baggh, bàgliu, bàddiu), d’uso corrente in Sicilia e nella Calabria meridionale per definire il cortile della masseria – e per traslato la masseria stessa – ha dato adito a diverse ipotesi etimologiche. C’è chi la vuole derivata da bajulo, ‘perché per lo più ne’ cortili vi sono i magazzini’ (M. Pasqualino, Vocabolario siciliano etimologico, italiano e latino, Palermo 1785-95, cit. in A. Traina, Nuovo vocabolario siciliano-italiano, Palermo, ed. Pedone-Lauriel, 1868), chi dal latino vallum (G. B. Marzano, Dizionario etimologico del dialetto calabrese, Laureana di Borrello, ed. ‘Il Progresso’, 1928), oppure, ancora, da una presunta matrice araba bahah, pure significante ‘cortile’ (come riporta G. Valussi: ‘Sembra che derivi dall’arabo bahal: cortile’). Non mi consta però che quest’ultima ipotesi sia stata mai presa in considerazione dai moderni etimologisti che si occupano di arabismi siciliani: cfr. G. P. Pellegrini, Terminologia geografica araba in Sicilia, ‘Annali Ist. Orient. di Napoli’, Sez. Linguistica, III, 1961, pp. 109-201; e dello stesso A., il Contributo allo studio dell’elemento arabo nei dialetti siciliani, Univ. degli Studi di Trieste, Ist. di Filologia romanza, n. 2, Trieste, 1962.
D’altra parte, nel dominio delle lingue romanze, il termine bàglio ha – come avvertono il Dei e il nuovo Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia – un preciso riscontro morfologico e semantico nel francese antico bail o baile (e forme laterali, bayle, balie, baille…) che pure designava uno spiazzo recintato e, più particolarmente, il cortile interno (e l’atrio anteriore) del castello (cfr. F. Godefroy, Dictionnaire de l’ancienne langue française et de tous ses dialectes di IXe au XVe siècle, Parigi, 1880 – repr. by Scientific Periodicals Establishment, Vaduz, e Kraus Reprint Corporation, New York, 1961, alla v. ‘baile’, p. 553 del tomo I)."

Benito Spano, "La masseria meridionale", in Giuseppe Barbieri, Lucio Gambi (a c. di), La Casa rurale in Italia, Firenze: Leo S. Olschki editore, 1970, p. 276-277, n. 11.

12 juin 2012

Scusami compagno Gino

"L'attaccamento alla famiglia è stato probabilmente l'elemento più costante e meno evanescente nella coscienza popolare italiana. […]
Come introduzione a questo argomento, vorrei citare brevemente una straordinaria storia di vita raccontata a Palermo nel 1949 a Danilo Dolci. Gino O., nato orfano e divenuto borsaiolo, trascorse la sua adolescenza in diversi riformatori e si iscrisse al Partito comunista nel 1943, divenendo presto un dirigente della federazione comunista palermitana. Egli raccontò a Dolci due fatti del 1949 che sintetizzano la natura complessa e variabile dei rappori tra famiglia e società. Il primo accadde al congresso nazionale della Federbraccianti, tenutosi a Mantova, nel corso del quale si commosse fino alle lacrime ascoltando una delegata della provincia di Lecce che, scusandosi di non saper parlare italiano, disse: “Fino a quando non ci dànno la terra, fino a quando i picciniddi mie tengono li piedi scalzi, io non mi stancherò mai di lottare assieme alla mia compagna e non m'importano le bastonate della polizia.” (1) In questo caso, come appare chiaro, le privazioni familiari costituivano un movente importante per venire coinvolti nell'azione collettiva.
Lo stesso anno Gino O. si recò a Marineo, durante una delle numerose occupazioni di terre sui latifondi siciliani:

In quell'occasione ho ricevuto una lezione dura dal punto di vista pratico: perché mentre io con la lettura dei kolkos in Russia, invitavo i contadini alla coltivazione collettiva, essi procedevano invece allo spezzetamento e alla lavorazione individuale. Si preoccupavano di delimitare la loro porzione, con una cinta, delle pietre, le redini del mulo, come quando sul treno si precipita la gente all'occupazione dei posti, buttando cappelli, borse, giornali. A me la cosa sembrava strana e chiamai un contadino, dicendo che la cosa non era giusta; e questo mi rispose: "Scusami compagno Gino: se io lavoro il terreno col mulo, e quello lo lavora solo, all'ora del prodotto io n'ho a pigliare più assai."
Anche qui la lezione sembra evidente: il radicato individualismo della cultura contadina meridionale era più forte di qualsiasi astratto appello alle famiglie per unire le loro risorse.
Individualismo e solidarietà, famiglia e collettività: ho cercato di mettere in rilievo la natura mutevole di questi rapporti nei quarantacinque anni di storia successivi alla caduta di Mussolini."

(1) D. Dolci, Inchiesta a Palermo, Torino 1956, p. 166.

Paul Ginsborg, Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi, Torino: Einaudi, 2006 [1989], p. X-XII.

16 avril 2012

Coltivatori agricoli in genere

"Accaparrati ad anno, accordati, affittavoli, affittuari (coltivatori), affittuari a miglioria, affittuari a soccida, aggregati, agricoltori coltivatori, annaroli, annaruoli, arreragisti, avventizi, avventizi agricoli, avventizi fissi, bagai, bastanteddus, bastanti, bastanti mannus, bauern, bauman, bergbauern, boari a dar tutto, boari a paghe, borgesi, bracciali, braccianti, braccianti agricoli, braccianti agricoli trecentati, braccianti avventizi, braccianti di campagna, braccianti fissi, braccianti giornalieri, braccianti mesa mesaruoli, braccianti ordinari, braccianti periodici, braccianti salariati, braccianti semifissi, braccianti volanti, cafoni, campagnini, campari, campettai, camporaioli, capi opera, capoccia, caporali, carraggiani, carusi, casaioli, casaioli mezzadri, casanolanti, casansoli, casanti, casenghi, censualisti, cesuranti, chiusuranti, ciode, ciolonari, ciolonari terziari, coloni, coloni a coltura, coloni a miglioria, coloni a terzo, coloni mezzadri, coloni miglioritari, coloni parziari, coloni perpetui, coloni quartaioli, coloni terzaioli, coloni terziari, compartecipanti, contadini, contadini avventizi, contadini braccianti, contadini fissi, contadini giornalieri, contadini obbligati, cottimine, dienstmagd, domestici di campagna, enfiteuti, famei, famei da fagot, famigli (Veneto, Emilia), famigli da fagotto, fancela, fatutto, fatutto di campagna, fisci, fittabili, fittadin, fittavoli, fittuari, foresi, gabellotti, garzoni, garzoni agricoli, garzoni apprendisti, garzoni braccianti, garzoni contadini, garzoni di campagna, garzoni spesati, ginalzus, giornalieri, giornalieri avventizi, giornalieri di campagna, giornalieri obbligati, giornalieri volanti, giornatai, giuvargius, gran fant, guardia casale, incottaroli, inquilini, juargius, juvalzusminori, kleinknecht, knecht, lavoraterra, logaioli, magd, manenti, manovali, manovali agricoli, manovali avventizi, manovali braccianti, mansuè, manuali, maser, massè, massaius, massari (Italia settentrionale), mensilori, mercanti di campagna, mesalori, mesaroli, mesaroli di raccolta, mesaroli di semina, mesaruoli, mesomini, metatieri, mezzadri, mezzadri a miglioria, mezzadri parziari, mezzadri totali, mezzadri volanti, mezzaioli, narbonaus, narvonajus, obbligati, obbligati ad anno, obbligati annuali, obbligati di campagna, opere, opranti, pachter, paesani, paraspolari, partecipanti, partitanti, parzonali, parzonari, parzonari volanti, piazzali, picio fant, piodisti addetti macchine agricole, plandoni, presellanti, proprietari (coltivatori), quartaioli, quartari, retromezzadri, retromotateri, rettaroli, ribattieri, salariati comuni, salariati fissi, salariati in casa, salariati obbligati, salariati periodici, schiavandari, scorte, second fant, serbidori, serventi, serventi di campagna, servi, servi agricoli, servi avventizi, servi contadini, servi di campagna, servi garzoni, servi massaius, servi minori, servi secondi, servitori, servitori di campagna, servitur in casa, sodaioli, sodaroli, sottani, sotzus, sozzus, spalloni, spesati fissi, spesati misti, spesati semplici, stralcianti, strapazzoni, sudditi, suriman, tagelohner, talbauer, terraggeri, terraggeristi, terraggianti, terraticanti, terratichieri, terrazzieri, terzadri, terzaioli, terzari, terzaroli, terziari, theracos, trecentati, uomini di fatica, uomini di scorta, usufruttuari, vergari (Marche), versurieri, volanti, vrazzali, zappatori, zeracus, zuarzus, zwiterknecht."

ISTAT - Istituto Nazionale di Statistica, "Classificazione delle professioni, Anno 1951" (professioni e arti liberali; arti e mestieri; arti e mestieri inerenti alle colture agrarie e forestali; coltivatori agricoli in genere).

04 avril 2012

Transazione 1879

"Onorand.mo e preg.mo Sig. Principe,

Intitolando a V.S.I. questo libro, io intendo, e attestarle il mio affetto devoto d'amico, e dimostrarle quanto in V.S. pregi i sensi di umanità e beneficenza verso le classi dei lavoratori, in ispecie dei campi...

Del contadino siciliano molti si sono occupati in questi ultimi anni, massime dal lato economico e sociale; ma generalmente, sconoscendone i sentimenti precisi, le tradizioni, le abitudini, la vita insomma che realmente vive...

Ella troverà, egregio Signor Principe, che, oggi come oggi, la fisonomia morale del contadino s'è alquanto modificata, insieme a' suoi tradizionali costumi, ma non per questo ho io voluto modificare un minimo che nel libro mio, composto diciott'anni fa. Ho la coscienza di avere segnato un momento storico, con l'esattezza scrupolosa che per me si poteva; e la storia non si cancella, si giova anzi dell'ieri per spiegarsi l'oggi e apprezzarlo equamente. Io, a buon conto, fin d'allora notavo che iniziavasi un periodo di transazione [sic], che mi lusingavo potesser ridondar tutto in bene della classe contadinesca, che tanto stimo. Ma, pur troppo, le crisi agricole hanno contribuito anch'esse a precipitarla giù... e ne la fame! E la fame è un gran male, suasore di mali più grandi!...

Palermo, lì 14 marzo 1897

dev.mo obbl.mo amico
Salvatore Salomone-Marino"

(Costumi ed usanze dei contadini in Sicilia,
Brancato Editore, 2003, p. 5-6.)

06 mars 2012

Factual fiction

"Our modern world is […] one of constant fragmentation and mixing of genres and lifestyles. The narratives of the traditional “life-story” are breaking down into unrelated pieces. We work 40 jobs over a lifetime, we have 50 sexual partners, we move location and we start again and again in the deregulated, privatised world of self-selling. We inhabit virtual places as much as we do real ones. Facts become blurred and we live out fictions. For works of writing to reflect this world, they also have to enter into the language and forms of our time, otherwise we end up with confused, over-stuffed, compromised books that use an old form to try to talk about a new time.
Whether we like it or not, the net is rewiring our reading habits. As Benjamin said, the novel, as it exists, cannot contain the threat from the form that is greater than it: information. If it is to be relevant at all, the novel must break into new hybrids and leave the 19th-century segregation of fact, fiction, memoir and essay behind. The novel must let the world in and speak through the many forms that the world already speaks through."

10 janvier 2012

Tous Lausannois

"Les “vieux Lausannois”, pour autant qu'il y en a, ne soint point imbus de leur ancienneté. Le canton, les vallées des Alpes et du Jura, les villages paysans du Plateau, ont constamment renouvelé le sang lausannois, l'alimentant en forces nouvelles: gens des professions libérales, fonctionnaires fédéraux et cantonaux. La ville exerce un attrait compréhensible, par tant d'espérances de travail, sur les Valaisans et les Fribourgeois aux familles nombreuses, à l'étroit dans leurs vallées et leurs campagnes. L'horloger neuchâtelois y ouvre volontiers boutique ou s'y établit pour ses vieux jours. La Suisse alémanique fournit son contingent régulier de commerçants, d'employés et d'apprentis qui, le tunnel de Chexbres franchi, ont peine à rebrousser chemin vers les brumes du Nord et se dédouanent en oubliant leur langue maternelle. L'Italien est entrepreneur ou maçon. Mais tous sont rapidement d'excellents Lausannois, se sentant chez eux dans cette ville qui est, par excellence, une ville ouverte, assez aérée pour échapper aux préjugés, aux méfiances."

Georges-André Chevallaz, Lausanne (Trésors de mon pays; 91), Neuchâtel: Éditions du Griffon, 1959, p. 23.

27 décembre 2011

La panoplie d'outils agricoles

"L'aquarium, c'était sa trouvaille à lui perso, depuis un voyage sous les tropiques. Il s'était adonné aux joies du snorkeling dans les eaux turquoise de Bahamas. La déco de la pizzeria, il en avait toujours fait son affaire, sa marotte, dès l'inauguration. Il voulait quelque chose de classieux, d'irréprochable. Les colonnes en imitation marbre, la fontaine à la japonaise, la panoplie d'outils agricoles importés de Sicile suspendus sur les murs de crépi, c'était aussi son idée."

Thierry Jonquet, Ils sont votre épouvante et vous
êtes leur crainte, Paris: Seuil, 2006, p. 139.

13 décembre 2011

Un carré de vigne sur la page

"Il est aujourd'hui courant de dénier aux paysans toute espèce de considération pour la beauté du paysage. Celle-ci serait créée de toutes pièces par l'art, et notamment par la peinture. Il est indéniable que le paysage est affaire de culture, dans la mesure où il résulte d'une interaction entre l'homme et l'environnement; mais l'agriculture n'est-elle pas une des formes de la culture ainsi conçue? Le verbe latin colere signifie à la fois cultiver (la terre), honorer (les dieux) et respecter (son voisin). Beaucoup de mots ayant trait à l'écriture proviennent du lexique agricole: page vient de pagina, qui désignait un petit champ, et plus spécialement un carré de vigne."

Michel Collot, La Pensée-paysage, Paris: Actes Sud/
ENSP, 2011, p. 191-192.

30 septembre 2011

Paris carnet de la patience 38

"La littérarité qui a rendu possible la littérature comme forme nouvelle de l’art de la parole n’est aucune propriété spécifique au langage littéraire. Au contraire, elle est la radicale démocratie de la lettre dont chacun peut s’emparer."
Jacques Rancière
Vouloir "écrire un roman" supposerait de viser une écriture déjà constituée, l’écriture romanesque. Toutefois, dans le passé, il m’est arrivé de croire que cette écriture, disons plus généralement l’écriture littéraire, formait dans la société l’un des quelques possibles de la langue en général, possibles peu nombreux et parmi lesquels la littérature occupait une place éminente.
Hier soir, je relisais en diagonale, très vite, un article pour ma thèse. Je suis tombé sur: "Deuxièmement, les modalités de croissance d’un réseau vont déterminer le degré de sélectivité des services afférents..." Et j’ai pensé: voici un possible, dans la société d’aujourd’hui, qui me paraît, d’abord, d’une élaboration tout à fait comparable à l’élaboration littéraire – ou qui est littéraire – et qui, d’autre part, me semble être un possible parmi des milliers, parmi des millions d’autres. Il en a résulté cette impression, ou la confirmation de cette impression, assez largement répandue, je crois, que la littérature n’est plus aujourd’hui qu’une manière très exiguë d’intervenir dans la société et que son voisinage avec tant d’autres parlures explique son air un peu pâlot, un peu maigrichon et, tout compte fait, son statut extrêmement secondaire.
Bien sûr, c’est complètement faux.
Ou bien, disons que c’est à creuser.

En attendant, il me reste à écrire un roman bien nourri et coloré.

28 août 2011

Paris carnet de la patience 36


"Dès le crépuscule de la nuit, les lumières fleurissent et donnent à la ville un air de fête inquiétant, parce que l’on sent, dans cette exaspération du génie humain, comme une sorte de défi. Il semble parfois, quand on contemple le ciel de Paris et ses constellations fabriquées, que l’équilibre des choses de la nature soit rompu. Je pense à la situation mélancolique de ceux qui habitent la plate-forme la plus élevée de la haute tour d’acier qui abat sur la ville les rayons inquisiteurs de ses phares. Cette tour Eiffel, bafouée, insultée, il n’y a pas longtemps, comme un grand poète par une critique sans indulgence, n’a pas attendu longtemps les hommages de l’art et de la littérature. Mille plaquettes de luxe célèbrent aujourd’hui sa puissance plastique et le mystère crépitant des ondes qui traversent l’espace avec tous les mots qu’on leur a confiés. En levant la tête au pied de la Tour, on sait que le ciel est parsemé de dépêches et que la pensée des hommes, en quelque sorte matérialisée par le son, se mêle à l’Inconnu et le bouscule dans sa course disciplinée. Au-dessus des rues calmes ou enfiévrées, une atmosphère d’intelligence humaine recouvre la ville de même qu’un globe. Le passage des dépêches de la TSF dans la nuit mêle aux éléments naturels de notre ciel un élément nouveau dont Mme de Sévigné ne pouvait pas s’émerveiller. La nuit, quand je me promène, et que je hume l’air, il me semble que j’aspire des chiffres échappés de la cote de la Bourse, ou les points et bâtonnets de l’écriture morse qui ressemblent singulièrement à des bacilles.
Tout ceci dépasse, pour être évident, le domaine de la littérature. La littérature, avec le cadre magnifique mais étroit de la langue et la richesse de ses héritages, n’est pas l’art d’expression d’une époque dont les caractéristiques sont la vitesse et l’association des idées. […] Le cinéma est le seul art qui puisse rendre le fantastique social d’une époque de transition où le réel se mêle à l’irréel à tous les pas."

Pierre Mac Orlan, "Le Fantastique", Jabiru, n° 3, avril 1926, repris dans Domaine de l’ombre, Phébus, 2000, p. 164-165.

"Sur mes zones blanches, j’écrivais à l’aveugle, sans plan ni projet précis, mais me sentais toujours vaguement ridicule à rapporter, comme l’aurait fait un archéologue ou un entomologiste à chapeau de paille, des miettes de désordre urbain serrées dans mes petits cahiers. J’avais souvent la tentation, une fois mes pages noircies, de les laisser là, au sommet des tas d’ordures, comme d’autres se débarrassaient de leur réfrigérateur ou de leur machine à laver. Une nouvelle technologie, celle de "l’informatique diffuse", aurait pu me permettre de faire quelque chose d’approchant: associer, via une liaison radio à courte portée, un texte à un lieu et diffuser ce message sur les téléphones portables de toute personne passant à proximité de l’endroit "annoté". Conçue à l’origine pour faire de la publicité ciblée (informer les badauds du menu d’un restaurant, d’un programme de cinéma, etc.), "l’informatique diffuse" permet d’écrire dans l’espace en utilisant les cartes comme une portée. […]
Riche de promesses, "l’informatique diffuse" s’est finalement révélée hors de ma portée, tant pour des raisons techniques que financières. À terme, je ne désespère cependant pas (on peut rêver) de convaincre l’un des organismes qui travaillent au développement de cette technologie (la société britannique Proboscis, l’Institut national de recherche en informatique et automatique de Rennes et l’École polytechnique fédérale de Lausanne) de me confier un de leurs prototypes pour organiser des jeux de piste géants dans Paris."
Philippe Vasset, Un Livre blanc,
Fayard, 2007, p. 104-105 et 111.

17 août 2011

Paris carnet de la patience 35

Pour Nicolas

Hier, j’ai voulu m’initier au Vélib’. Ces temps-ci, c’est plutôt calme, à Paris. Alors, j’ai pensé que c’était une excellente occasion pour y pédaler. Je suis allé au guichet de la RATP qui est situé au sous-sol de la gare de l’Est. Problème: l’employé, un type à moustache, m’a dit que ma carte Navigo ne pouvait pas faire office d’abonnement (au Vélib’) et que je devais m’adresser à la mairie de mon arrondissement. Las, je suis reparti en direction du couvent.

Sur un coup de tête, j’ai rebroussé chemin. J’ai observé longuement une carte du réseau de banlieue. Choisissant, pour ne pas passer pour un velléitaire aux yeux de l’employé qui m’avait renseigné, le guichet qui se trouve de l’autre côté de l’espace RATP, j’ai acheté trois tickets: un Paris-Noisy-le-Sec, un autre ticket pour le tram reliant la gare de cette ville à celle de Saint-Denis et un dernier ticket pour rentrer. L’employée, une jeune métis, a dû s’y reprendre à plusieurs fois et me montrer son écran, afin que nous tombions d’accord sur l’itinéraire projeté. Après avoir réglé la somme, et tandis que j’étais sur le point de franchir le tourniquet, j’ai réalisé que le dernier ticket, celui du retour, portait la mention "Paris-Saint-Denis" et non pas "Saint-Denis-Paris". Inquiet, hésitant à interroger l’employée, j’ai finalement laissé tomber et me suis enfoncé dans le couloir du métro.

La gare "Magenta" du RER E doit être assez récente. L’espace des quais est très vaste, très haut. Les rames y pénètrent comme dans un étui parfaitement à leur mesure, à l’éclairage orangé qui se diffuse homogène. Tout de suite, je me mets en mode reconnaissance: les voyageurs sont de couleur, pour l’essentiel. Nous devons patienter dix minutes. Au bout de trois ou quatre minutes, une rame arrive. Je sursaute. Comme je lui tournais le dos, je n’ai pas eu le temps de lire son nom et sa destination. J’hésite. Une jeune fille remarque mon ballet, mais je l’ignore et tâche de reprendre contenance au plus vite. Quelques instants d’attention me permettent de noter que toutes les lumières des wagons s’éteignent en même temps et, surtout, qu’aucun voyageur ne fait mine de s’approcher des portières. D’un haut-parleur, une voix confirme que la rame est à son terminus et que personne ne doit monter à bord. D’ailleurs, celle-ci repart aussitôt.
Une minute avant l’arrivée de VAHO, le nom qui me concerne, une jeune Noire opulente me demande si le train s’arrêtera à Champigny. Embarrassé, je réponds: "Oulala, je ne sais pas… Les noms des gares sont marquées sur l’écran…" L’écran est placé très haut. J’observe la jeune femme qui lève les yeux, mais on lit très mal à cause des reflets. Un peu plus tôt, une autre voyageuse a voulu voir si le train serait "court" ou "long" et s’est exclamée: "Je vois rien!" Elle a dû reculer de plusieurs pas. J’observe encore la femme qui s’est adressée à moi. Elle ne semble pas voir grand-chose non plus. Une fois installé dans le wagon, je la repère à nouveau. Elle a pris le risque de monter. Elle est accompagnée d’une femme plus âgée, en fichu rosâtre.

Le train bouge. On sort. Je suis des yeux les façades, les barrières, les câbles dans la lumière. La chaleur est excessive. Je reconnais le chapiteau bleu de l’École du Cirque, la rue de la Clôture, j’essaie de voir si des caravanes ne sont pas installées entre les piliers du périph. Il y a des véhicules de ce genre, mais ils n’ont pas l’air clochardisés. En imagination, durant un instant, je suis les voies de chemin de fer parallèles qui virent et disparaissent, en me disant que ce sont les voies du TGV, celles que j’ai empruntées quand je suis allé retrouver S. à Bâle, ce printemps. Je ne suis pas dans le TGV. Je suis dans le RER. La vitre est griffée. Cette griffure fait une lettre, elle-même partie d’un mot que j’ignore, inscrit sur la coque du wagon. Je songe à Maspero dans le "Roissy-Express". Ici, la vitre n’est pas opaque. Le dehors éclate sous le soleil.
Pantin. Arrêt. La jeune femme qui ne sait pas si le train s’arrêtera à Champigny s’est levée. Elle hésite encore. Peut-être vaudrait-il mieux descendre et interroger un agent? Mais déjà le train est reparti.
Noisy-le-Sec, je descends, les laissant, la jeune femme et la dame au fichu rosâtre, à leur indécision. (Au moment où j’écris ces lignes, je consulte Wikipédia: la lettre "O" de "VOHA" signifie que la rame était un omnibus, c’est-à-dire qu’elle devait s’arrêter à toutes les gares du parcours jusqu’à Villiers. Or, il y a bien une gare "Les Boullereaux-Champigny" sur le trajet. J’espère que les voyageuses ont persévéré et sont restées dans la rame.)
À Noisy-le-Sec, nous sommes nombreux à descendre. Nous nous trouvons tout au bout du quai. Il faut marcher jusqu’à l’escalier et au conduit qui joint la sortie.

Je sors. À ma gauche, un pont qui surplombe les voies. À droite, la station du tram. En face, une rue. Il y a des cafés, des hommes sur les terrasses, dans la chaleur. J’organise la distribution des tickets de transport dans les poches de mon pantalon. Je fais quelques pas. Un tram est là, mais à quelque distance de la station. Peut-être cinquante mètres. Comme il n’est pas devant la station, les voyageurs doivent patienter.
Enfin, le tram se met en branle. Cinquante mètres. Glissement des portières. Surprise: ça ne vas pas jusqu’à Saint-Denis. Ça s’arrêtera place du 8-mai-1945, à La Courneuve. J’hésite. Tout ne file pas droit. Décidément, c’est l’aventure. Je n’hésite pas longtemps et choisis un siège isolé, côté soleil. J’ai raison de ne pas attendre le tram suivant, mais je ne sais pas encore pourquoi. Au moment de partir, le tram se remplit d’un coup. Un ado vient s’asseoir en face de moi et me lance un regard. Nouvelle reconnaissance: une fraction de seconde, en détournant les yeux, je pense que c’est un regard "d’ici", dont il ne faut pas exagérer la dureté. Ne pas oublier que "t’es-qui-toi-fils-de-pute" peut n’être, suivant l’endroit, pas très différent de "vous-m’avez-l’air-plutôt-antipathique". Dans le même temps, je pense aussi que tout cela (surtout cette réflexion) est pur fantasme.
Le tram s’engage sur le pont. Immensité des voies dans le feu du jour. On est apparemment dans un espace de triage. Et c’est comme si la gare avait été ajoutée après coup, dans un coin de cet espace, parce qu’il fallait bien la mettre quelque part. Cette impression ne va plus me quitter tout au long du trajet, à propos des routes, des ponts, des immeubles, des hangars, étalés à distance sous le ciel: il fallait bien les mettre quelque part; on les a dispatchés comme ça.

Deux arrêts, on est à Bobigny. Tout est ouvert, horizontal. Le tram a ceci de particulier qu’il avance sans heurt. Il offre le plus proche équivalent du travelling latéral. (C’est parfait: je suis bien venu dans ces parages pour voir un film.) J’apprécie le passage du canal, perpendiculaire aux voies, ce qui lui donne un sens du lointain. On s’arrête près du Centre commercial Bobigny 2. Longue façade aveugle corrompue. Près de l’entrée (l’entrée principale? secondaire? l’entrée de service?), un grand sigle, un sigle-valise, à la fois "b" minuscule et "2", et la base du "2" se prolonge le long du mur, tandis que l’on roule plus avant.
Un arrêt. Noisy de nouveau, mais pas sûr.
"Drancy-Avenir", autre station. Il y a là-bas l’entrée, qui fait un peu mosquée, de l’hôpital franco-musulman "Avicenne".
Redépart. Immeubles étriqués. Battants de fenêtres qui font des lignes entrecroisées. Pénombre de squares modiques. Filles qui se balancent. Autoroute. Je pense à des expressions que j’ai lues pour ma thèse: trop large emprise au sol des infrastructures. On approche de La Courneuve.
Le tram se vide, se remplit.
Babil. Babel.
Je ne tourne presque jamais la tête vers l’intérieur. Maintenant, je cherche les fameuses barres, les barres qui sont encore debout. J’en vois assez loin, d’une longueur honorable. Elles cachent en partie des tours.
Placages. Frontalité.
Désert, écrit-on. C’est, je crois, l’ouverture du paysage qui appelle ce mot. Quand on arrive place du 8-mai-1945, on est aussi près du carrefour des Quatre-routes, ou bien je confonds les deux, ou bien c’est la même chose. Il n’en reste pas moins que l’effet est bien de l’ordre du Far West. À l’échelle des alentours, la place est minuscule et bizarrement encombrée. Il y a les voies du tram, l’abri en matériaux synthétiques, les cafés-terrasses aux devantures seventies et séniles, les trous d’espace, les gabarits inégaux, le trafic. Je sors du tram pour apprendre, d’une dame en boubou qui est en train d’informer un voyageur plus perdu que moi de l’existence d’un bus de remplacement, que le reste de la ligne est hors d’usage. J’aurais pu attendre longtemps à Noisy.
Il fait très chaud. Un bus est de travers sur le carrefour. La dame dit: "C’est celui-là… Il vient de partir…" Et, en effet, le bus a démarré.
Un autre bus arrive assez vite. Je grimpe. J’attends.
Les voies. Les terrasses. Les hommes.
Ce carrefour, c’est le cœur de ce petit voyage: une disparate qui palpite.
Assez vite, le bus repart.

Après, il y aura les rues piétonnes et bondées de Saint-Denis, le panneau "Centre commercial basilique", le bus qui se vide de plus en plus, cet homme d’allure indienne ou pakistanaise qui me demande si l’on est bien arrivé à la gare ("Je ne sais pas… Je ne crois pas…") et finalement la gare, et le regard de la jeune fille du guichet quand je lui demande si les RER passent ici ("Pour aller où? – À Paris. – Voie 2.") et le boyau qui sert de souterrain pour joindre les quais… Le plafond bas, les ampoules nues… Voie 2 ou laquelle? Je ne sais plus. Une rame est en partance… Une autre arrive. Un vieil homme, que j’interroge sur sa destination, d’une voix éraillée me souffle: "Corbeil-Essonnes". Voie 4, un jeune garçon de dix ou onze ans, un peu épais, me demande si c’est ici que passe le train "pour Gare du Nord". Je déchiffre l’écran voilé par les rayons insistants (il doit être 18 heures): "Oui, mais dans une demi-heure... Attends, il y en a un autre qui passera voie 5 dans 10 minutes…" Le garçon est déstabilisé. Il répète la question que sa mère, sans doute, lui a ordonné de poser, celle-ci et pas une autre: "Oui, mais… Ici, ici, c’est bien pour Gare du Nord?" À mon tour, je répète que oui, mais qu’il vaut mieux changer, parce que la prochaine rame passe en face, dans dix minutes… Nouvelle incompréhension. Déjà, le quai numéro 5 s’est rempli. Je me détourne du garçon.
Et puis, dans le RER, il y aura encore ce type, dont je penserai qu’il est celui qui se tenait assis, le front appuyé sur ses genoux, à quai, pendant qu’on attendait, répartis par grappes à l’ombre des panneaux d’information. Une minute après le départ du train, il vomira contre la porte automatique à peine refermée. Un jeune en casquette Yves-Saint-Laurent lui tendra une bouteille d’eau pour qu’il nettoie la porte et qu’il se rafraîchisse. Un autre type, un Blanc, demandera: "Qu’est-ce qu’il a?"
Moi, je ne dirai rien.
Je garderai les yeux rivés sur les cannelures et la diversité bâtie de la banlieue, ce 16 août de soleil et de chaleur avant Paris.

07 août 2011

Paris carnet de la patience 34

Lectures.

Lu les premières pages de Vertiges, de Sebald, où le narrateur s’attarde sur les souvenirs de Stendhal, certains effacés ou peut-être même absents, mais recouverts par une image, une image si nette qu’elle donnait l’impression que le souvenir, ou l'illusion, était indélébile.

Lu, dans un journal, que Leon Parker, que j’ai vu l’année dernière au Sunset accompagner Renzi et Mirabassi, est considéré comme l’un des meilleurs batteurs de jazz actuels. Il a d’autres qualités. Il donne des leçons de body performance, dont j’ignore tout à fait la nature. Reste que cette information a fait mouche. Je me souviens, en particulier, des gloussements suscités dans le public, lors du concert, par ses solos. En fait de solo, parfois, on avait l’impression que toute sa masse corporelle était agitée de l’intérieur et que le solo avait lieu dans ses viscères, si bien que les spasmes de son body ne débouchaient que sur des effleurements et des choses machinales sur les tambours, le hi-hat ou les cymbales.

Fréquenté, sur le web, les "Premières rencontres de la revue électronique". En vérité, ça date d’octobre 2002. Les participants étaient: Chaoïd, Fluctuat, Inventaire/Invention, Panoplie, Périphéries et Synesthésie. Je surfe un peu. Je vais voir les sites. Panoplie? Un message d’erreur s’affiche et précise que, "faute de financement, la revue web de création contemporaine panoplie.org a cessé ses activités depuis mars 2009"…
Aux "rencontres", à la question: "Quel site web a le plus d’importance aujourd’hui, dans le champ culturel?" Les gens répondaient: le site de François Bon. J’imagine qu’ils répondraient la même chose aujourd’hui.
Petite moisson: "Un livre [numérique] pèse moins qu’une photo jpg d’appareil de poche."
Ou bien: "La création littéraire aujourd'hui c'est sur le web, point barre."
Ou encore: "Texte en paume: écrire sur ma paume gauche avec les doigts de ma main droite, expédier le texte juste en levant la main vers le ciel en pleine ville."
Ce dernier extrait me rappelle tout ce que je lis, ou ne lis pas, ces derniers temps, sur la ville numérique.
Mastoc exemple: Code/Space.
Sans oublier les propositions monétisables et monétisées… Layar, entre autres, "which offers an augmented view of the world". Rien que ça.
Pour la littérature numérique, en tout cas, chouette savoir que Philippe en a été, dès le début:

25 juillet 2011

Paris carnet de la patience 32

"Sur le marché forain de Carpentras, il m’est apparu que l’une des dimensions majeures de l’ensemble des relations nouées dans un anonymat relatif à l’occasion des achats sur les étals était la mise en scène d’une interconnaissance (ou d’une "amitié") généralisée censée manifester l’appartenance à une même communauté locale et régionale.
Entre les linéaires d’une grande surface ou dans une salle d’attente d’un aéroport, l’enjeu des relations éphémères et ténues qui s’engagent peut être d’une tout autre nature: dans de tels espaces sociaux, il ne sera plus question d’être ou de jouer à être "du coin", mais plutôt de se présenter comme un consommateur averti sur le marché mondial ou un acteur à part entière de la modernité cosmopolite."

Michèle de La Pradelle, "La ville des anthropologues",
dans La Ville et l’urbain: l’état des savoirs, 2000.

Cela me fait penser à l’air que je prends (l’air détaché de celui qui n’est pas en visite), quand je suis sûr de croiser un touriste devant la gare de l’Est et quand je me figure qu’il m’observe attentivement: jouissance de faire voir, ou de faire croire, par une indifférence très étudiée, que je suis un bel exemple d’indigène de la grande ville.

11 juillet 2011

Renens ce soir (il y a tout juste 70 ans)

"Lausanne a construit une humanité en dehors de son cadastre et de ses bornes. C’est étonnant l’impression qu’on éprouve ce soir. Il n’y a rien – j’y réfléchis – de plus sublime que le neuf, le neuf utilitaire qui fait renaître l’épopée. Je n’ai de sens, en tout cas, qu’à cela ce soir, et, de famille, que ce luxueux peuple qui improvise, organise un ton, lequel se trouve être parfait comme tout ce qui est du monde-monde – le contraire de ce qui est appelé "gens du monde". Il n’y a de sain et de vrai que le peuple.
C’est du côté de Renens ce que je veux dire, quand l’herbe et le ciment composent avec l’éternité et que la préhistoire qui renaît salubrement-biologiquement oriente les foules en dépit de toutes les intentions louables ou non des architectes. Ce qui existe dès lors est simplement cela qui permet au rossignol de faire s’écrouler dans les derniers grands arbres ses éperdues cascades qui pèsent.
D’une terrasse – car il y en a quand même – je discerne une demoiselle qui est sur la route à bicyclette avec de nombreux paquets intelligemment ficelés, et aussi un chien qu’elle tient en laisse, lequel aplatit ses pattes placidement à sa droite à sa bonne petite allure à elle. Elle doit avoir un petit pied-à-terre quelque part à la campagne. Le bonheur, en d’autres termes. Elle doit avoir un emploi et gagner un peu plus que juste sa vie, ce qui lui permet ce luxe – appelons ce peu de liberté luxe.
Mais il ne lui en faudrait pas davantage. Si elle gagnait ce soir à la loterie – puisque c’est justement ce soir qu’elle se tire – elle perdrait la tête. Il vaut mieux que ce soit demain, à tête reposée, ce moment où elle constatera en lisant le journal qu’elle n’a rien gagné – ou seulement un franc. Ni moi non plus je ne gagnerai rien. Le petit frère de la blanchisseuse a gagné dix francs le mois passé et tout le monde souriait de plaisir quand il racontait cela dans le train – car la vie se passe en train ici, et il serait difficile qu’il en fût autrement, puisqu’il n’y a qu’une route conquise sur le lac et les vignes et, tout de suite après, l’altitude. Toutefois, du côté de Renens, il n’y a plus ce rocher, et l’agriculture et le bâtiment s’épanouissent mieux sur une étendue qui a de la profondeur, et c’est cela qui brusquement permet cette humanité et cette élégance juste du peuple qui fait perdre la tête. C’est là, du moins, que je suis ce soir. Et j’y reviendrai tous les soirs. Tant qu’il fera beau. Ah! mais il pleut tandis que j’écris ça.
Cette demoiselle – il y a longtemps qu’elle est loin – avait de ces valises en paille tressée dites japonaises, avec des coins de cuir pour prévenir l’usure, et cela me rappelait le bon vieux temps. L’une doit sans doute contenir de ces bons livres anglais ou russes, si agréables, très compagnons, en tout cas qui vous soutiennent: un Gorki, un Tourguenief, disons. Et elle passera ainsi le samedi, le dimanche, le lundi. Ainsi ou autrement.
Il faut avouer qu’il y a encore de fastueux jours sur la planète.
C’est comme s’il n’y avait point de guerre. Et, de fait, même dans les pays belligérants, il n’y en a point: il y a ce lyrisme de toute la nature, qui est celle-là humaine aussi, qui est bien plus fort que tout ce que peuvent mettre en branle les hommes en fait de mitrailles et de discours.
Il y a aussi le grillon qui s’évertue dans le ciment – les drains préparés pour un ouvrage sur l’herbe – comme l’heure s’avance et que les derniers "goals" des fils pas encore couchés s’abattent avec brutalité sur les belles persiennes de tôle peinte qui sentent bon des fenêtres. Fussent-elles ouvertes, les vitres voleraient en éclat. C’est vous dire quelle valeur il y a ici dans ces muscles et ce crépuscule.
Point de touristes, point de muscadins, plus de dames à cannes qui sentent le vieil ambre fripé. C’est sérieux et éternel.
Aucune voiture ne passe. C’est si agréable, maintenant, cette extinction de l’industrie automobile.
Je me réjouis, demain, parce que c’est dimanche."

Tiré de: Charles-Albert Cingria, "Florides helvètes",
dans Curieux (Neuchâtel), 11 juillet 1941.

09 juin 2011

Paris carnet de la patience 27

"Qu’une représentation mentale du territoire soit indispensable pour le comprendre, les romans médiévaux le font vivement sentir, mais aussi certains débats politiques de la même époque. En 1229, le doge Pietro Ziani propose de transporter Venise à Byzance; à supposer que ce transport fût possible, les quelques dizaines de milliers de Vénitiens d’alors eussent été bien trop au large dans les murs de Constantinople; faute de réductions graphiques des deux villes, il fallait se fier à des souvenirs et à des supputations très approximatives; l’évaluation des distances était tout aussi vague. La proposition fut sérieusement discutée, mais les conseils préférèrent l’opération inverse: considérer que, désormais, Byzance était à Venise. Par son contenu légèrement surréaliste, cet épisode fait toucher du doigt les conditions matérielles dans lesquelles le pouvoir s’exerçait jusqu’au XVIe siècle au moins, incapable qu’il était, par défaut d’instruments, de mesurer exactement les termes d’un problème géopolitique.
De même, dans les romans du cycle d’Arthur, Perceval parcourt un pays où il se perd constamment, dont les villes et châteaux apparaissent ou s’effacent avant tout, pour le lecteur actuel, parce que les itinéraires qui les unissent ne sont pas identifiés. Ce que nous prenons pour une invention poétique restitue la réalité quotidienne du voyage: on y demande son chemin sans cesse, comme les fourmis, chacune à toutes."
André Corboz, «Le territoire comme palimpseste», 1983.

14 mai 2011

Paris carnet de la patience 24

Passé quelques heures sur Youtube. Digressé de Rossellini, Fellini, Pasolini à Godard (disant à peu près que Roma città aperta, c’est la rédemption de tout un peuple qui a "trahi deux fois"), puis à Spielberg, puis à Kubrick, etc, etc. Me suis attardé, entre autres, sur une interview de Woody Allen par Godard. Frappé par les yeux de "WA", inquiets, anxieux de voir ce qu'allait produire chacune des prises de parole de son interlocuteur… L'un des clous de l’entretien, me semble-t-il, ce sont les maisons, les constructions de New York, telles que WA les filme et les monte dans Hannah et ses sœurs. Godard commence par dire qu’il a beaucoup aimé ces plans… Mais, au fil de l’échange, il apparaît que la manière de filmer ces maisons, d’après Godard, serait un exemple de l’influence de la télévision sur le cinéma: notamment en ce que les plans sont très brefs et se succèdent à un rythme soutenu – le même qu’adoptent les séries ou les journaux télévisés. WA répond finalement: "C’est possible. Je ne sais pas."



Ma lecture de cet entretien, je le sentais au moment même où je le visionnais, était traversée par la question, ou le motif, du rapport assez complexe entre l’Américain et l’Européen. S’y sont mêlées des choses du type: cinéma commercial/cinéma d’auteur, premier degré/second degré (l’Européen serait "au second degré" jusqu’au fond de son être et j’attribue à cela, en partie, l’inquiétude de WA), etc, etc. Ce qui ajoutait encore au sentiment qu’un Océan nous sépare, c’est le fait que Godard, bien qu’il essayât de s’exprimer en anglais, était accompagné d’une interprète. Comme si les propos de l’Européen, quels qu’ils soient, ont besoin d’être interprétés, d’être traduits au double sens de ce mot pour un Américain. Et cela n’allait qu’à sens unique: jamais Godard ne donnait l’impression de n’avoir pas bien saisi les réponses ou les développements de WA. Mais c’est que ce dernier, comme par un fait exprès, se cantonnait précisément au "premier degré", au sens premier, au sens propre, au sens concret des réflexions proposées: parlant, par exemple, de la salle de cinéma, de ses murs, de ses décors, stucs et rideaux quand Godard lui demandait ce qu’il pensait des conditionnements possibles du cinéma par la télévision.



Godard n’est pas indifférent à cet aspect matériel. Il a eu l’occasion de s’exprimer à ce sujet. Une autre vidéo de Youtube (je ne la trouve plus) le montre sur une scène, à l’occasion d’une cérémonie (peut-être les Césars). Et il dit: "Quand on entre dans une salle de cinéma, on doit lever la tête. Quand on entre dans une pièce où se trouve une télévision, on doit la baisser. Donc le cinéma a encore un bel avenir devant lui." (Applaudissements.)